Castello Angioino

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La forma del castello è quella di un «poligono stellare» a pianta quadrangolare, e, tra quelli esistenti sulla costa da Barletta a Trani a Bari a Monopoli, è il solo che abbia quella forma. Situato in riva al mare (in origine a diretto contatto del mare), presenta un originale e caratteristico aspetto di fortezza bastionata. Gli angoli dei tre bastioni a nord e a sud sono acutissimi e a forte scarpata, i muri di cortina a nord e a est sono in rientranza dei bastioni e quindi ben protetti. Superiormente ai bastioni si elevano quattro torrioni. Gli interni, oltre a camminamenti, vani di difesa e corridoi, presentano una sala molto vasta, a quota ribassata rispetto al cortile.
Il suo nucleo originario fu fondato da Carlo I d’Angiò intorno al 1278. Dai registri angioini risulta che questi, quando pensò di riedificare e ripopolare l’antica Maula, incaricò gli ingegneri Pietro d’Angicourt e Giovanni da Touldell’edificazione della fortezza: la costruzione dell’intero complesso doveva riassumere in sé, da una parte la funzione di palazzo-dimora regia o baronale e dall’altra quella di fortificazione difensiva.
Nel 1509, in mano ai veneziani dal 1495, sostenne l’assedio di Guglielmo de Lannoy. Fu poi ceduto agli spagnoli; di nuovo ripreso dai veneziani nel 1528 e nel 1530 ceduto all’imperatore Carlo V. Alla fine del periodo aragonese il castello fu fortificato e munito di un puntone a forma di pentagono irregolare allo spigolo ovest.
In seguito all’invenzione della polvere da sparo e per difenderlo dai proiettili dell’artiglieria, l’imperatore dette incarico all’architetto Evangelista Menga da Copertino di rilevarne la pianta e il disegno, tra il 1535 e il 1540. Questi realizzò la cinta bastionata inglobando le precedenti strutture, dotata dei nuovi e dei vecchi sistemi di difesa (cannoniere e caditoie), separandole da quelle più antiche da uno strato di terreno: questo doveva servire ad attutire l’urto dei proiettili e a garantire l’inespugnabilità della fortezza.
Da allora il castello seguì le vicende della città: dai Toraldo passò ai Carafa e da questi agli Acquaviva di Conversano; nel 1588 ritornò ai Carafa e nel 1610 fu venduto con tutta la città all’ebreo portoghese Michele Vaaz. Andati via i Vaaz nel 1735 rimase proprietà degli eredi fino al 1849 quando fu espropriato e venduto al Ministero della Guerra.
Il degrado della struttura iniziò quando fu abbandonato dagli ultimi feudatari e signori: cominciò a essere interessato da crolli sempre più gravi e coperture e cortine murarie erano interessate da una ormai fitta vegetazione. L’intervento di restauro, effettuato negli anni ’80, era finalizzato all’esecuzione delle opere più urgenti per assicurare la conservazione del castello: si è proceduto alla ricostruzione del vano interno dell’ala nord da tempo in parte crollato, alla bonifica delle murature con l’eliminazione della vegetazione, alla protezione con coccio pesto della loro parte superiore, alla sostituzione a scuci-cuci dei conci degradati e non più recuperabili o delle parti mancanti della cortina superficiale. Una serie di saggi effettuati poi ha portato all’individuazione di strutture inglobate nel complesso cinquecentesco, riferibile a due diverse fasi costruttive: una torre circolare realizzata in conci di pietra, una seconda torre circolare realizzata in tufo, una serie di resti di murature.
Nato, dunque, come baluardo difensivo contro le scorrerie e le invasioni esterne, ma anche roccaforte del potere politico interno, sembra che il castello ben presto sia diventato il fulcro della vita politica e culturale della città: nel 1610 in esso si sarebbe tenuta l’assemblea dei cittadini costretti a deliberare la vendita della città al ricco mercante portoghese Vaaz; durante i secoli XVI e XVII le sue numerose sale, i suoi ampi saloni e lo scenografico cortile interno avrebbero ospitato addirittura «accademie letterarie e un famoso teatro».
Oggi è tornato a nuovo splendore assolvendo alla funzione di contenitore culturale: mostre, concerti, convegni, proiezioni di film e presentazione di libri animano questa fortezza, abdicando così alla sua funzione difensiva, un tempo primaria per la sicurezza di Mola e dell’entroterra.

(a cura della dott.ssa Giovanna Ladisa)



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